Negozi di quartiere che chiudono

Negozi che chiudono uno dopo l’altro

I negozi, soprattutto di vicinato e di quartiere, non solo a Venezia, ma in tutte le città, stanno morendo con una rapidità vertiginosa: i fattori sono tanti, vuoi per la concorrenza dei centri commerciali in periferia, vuoi per il rinnovo dei contratti d’ affitto sempre più esosi, vuoi per la tassazione che ha raggiunto livelli intollerabili, vuoi per la profonda crisi economica che sta limitando drammaticamente il potere d’ acquisto delle famiglie italiane.

Sulla crisi dei negozi, riporto integralmente l’articolo del Gazzettino, perché merita:

 Venezia, chi apre, chi chiude. L’ epidemia continua senza tregua

(Ci tengo a sottolineare che l’articolo risale al 2014: il sindaco di cui leggerete era Giorgio Orsoni, protagonista, insieme alla giunta di allora e al presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan, di uno scandalo tangenti che ha portato a 37 arresti tra assessori, politici, imprenditori, funzionari a vario titolo e al commissariamento per un anno della Città di Venezia. Da giugno 2015 il nuovo sindaco è Luigi Brugnaro, un uomo determinato a cambiare lo status quo ma che deve fare i conti con la pesante eredità delle amministrazioni precedenti e soprattutto con la difficoltà di invertire una rotta economica consolidata negli anni. N.d.R.)

Venezia, chi apre ma soprattutto chi chiude. L’epidemia continua. Senza tregua.

Venezia, chi apre ma soprattutto chi chiude. L’epidemia continua. Senza tregua. Nell’indifferenza di molti veneziani, nella disperazione di pochi altri,  che si mettono al computer e scrivono anche al sindaco pregandolo di fare qualcosa. Non si contano più nelle ultime settimane i cartelli appesi sulle vetrine con la scritta “Cedesi Attività” o “Svendita per cessata attività”.
«Venezia ha un problema legato alla residenzialità che ha come conseguenza quello della chiusura delle attività commerciali di un certo settore – è il parere di Maurizio Franceschi, direttore regionale di Confesercenti Veneto, che proprio qualche giorno fa ha presentato un “Patto per le città”, per salvare i centri storici – Per la città lagunare serva una lettura diversa rispetto al resto della terraferma. Vale, purtroppo, l’equazione in cui meno sei città e quindi meno servizi servono. Quei supermercati, poi, che hanno aperto hanno in qualche modo messo in crisi ancor di più il sistema. L’abbigliamento è il settore più in crisi in generale e la riduzione dei consumi riflette in questo settore, come sta succedendo anche su quello dell’alimentare. I turisti vanno a prendere abbigliamento solo nelle boutique delle grandi griffe. La soluzione, rispetto al patto per la difesa dei centri storici firmato con la Regione due giorni fa, per Venezia passa solo da una nuova politica della residenza. Se tornano i veneziani, potranno riaprire anche un certo tipo di attività».
nuovi negozi : non più edicole di giornali, ma cianfrusaglie turistiche
nuovi negozi : non più edicole di giornali, ma cianfrusaglie turistiche

Fatto sta che intanto però le chiusure si moltiplicano. Ieri è toccato alla gioielleria e orologeria Gottipavero a San Zulian. A San Bortolomio chiude il negozio “Calzature Casella”: tanti i veneziani che si sono serviti in quella storica bottega di Rialto per acquistare un paio di scarpe. Ma la storia continua. Si arrende anche Uni Store, un negozio di abbigliamento per bambini a San Giovanni Grisostomo e a pochi metri da Coin. Pare che sia destinato ad ospitare uno di quei punti vendita “Tutto a 1 euro” dove si acquista un po’ di tutto. Di fronte al ponte dei Zogatoi o San Giovanni Crisostomo un’altra vittima: il negozio di abbigliamento Jennifer I. Anche qui si cede l’attività.
Cambia sestiere, non cambia il copione. È apparso anche in una storica pasticceria in Barbaria De le Tole il famoso cartello di fine attività. Anche i dolci non tirano più.
Negozi vuoti, chi li riapre? Nella maggior parte dei casi sono loro, sempre loro, i cinesi. E l’offerta commerciale è quasi sempre quella: borse. L’ultimo della serie ha aperto qualche settimana fa in Salizada San Cassiano. Ed è il quarto in meno di 150 metri, tutti nella stessa Salizada. Nomi diversi, merce sempre uguale.
Una nostra lettrice, Cristina, ci ha scritto una lettera che ha inviato in copia anche al sindaco. Sono le parole di una veneziana un po’ indignata ma non rassegnata ma che capisce che invertire la tendenza è ormai quasi impossibile senza una volontà politica di farlo.
«Caro sindaco, possibile che lei non veda cosa sta succedendo a Venezia? Come può starsene tranquillo a dormir sonni beati? – scrive Cristina che traccia un disegno preciso della situazione – Ogni volta che si passeggia per le strade, cartelli con scritte “Cedesi attività” ormai infestano Venezia, e parlo di negozi storici, caro sindaco. Tutta Strada Nuova pullula di negozi dagli occhi a mandorla, per non parlare dei banchetti di frutta e verdura in mano ai bengalesi, accattoni ad ogni angolo della città, lucchetti sui ponti, venditori abusivi in piazza San Marco».
Cristina conclude con un appello che assomiglia ad una critica al primo cittadino. «Ma lei, caro sindaco, ci vive, vede cosa succede a Venezia o no? Da veneziana col cuore fiero di esserlo le dico. Apra gli occhi è ora che tuteli la sua città».
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 Perché ci avevo lavorato da Casella: almeno una volta nella loro vita, spesso per generazioni, i veneziani sono entrati da Casella per comperare un paio di scarpe, e con gli storici titolari se ne va un altro pezzo della città: prima l’emorragia dei residenti, poi la chiusura dei nostri negozi, hanno portato Venezia ad essere una terra di nessuno, in preda ad un turismo selvaggio che non conosce nè regole nè controllo sociale.
Purtroppo questa è la fine che stanno facendo un po’ tutti i nostri bellissimi centri storici, da Perugia a Bologna a Venezia le città si riempiono di gente mai vista, che non ci ha passato l’infanzia, che non ne conosce né storia né tradizioni né cultura: i numerosi capannelli del sabato sera o della domenica, fatti di famiglie, vicini, amici dai tempi dell’infanzia, che affollavano i caffè, i cinema, le piazze, le strade, sono ormai diventati un antico ricordo.
Nei nostri negozi di quartiere si faceva la chiacchera, si intessevano relazioni, girava insomma la nostra vita sociale, si creavano mode e tendenze , si stringevano amicizie e ci davano , come tante cose ormai perse, un senso di appartenenza alla nostra comunità.
La vita di negozio correva su ritmi prestabiliti, si usava quasi ovunque l’orario spezzato, il momento più frenetico della settimana era il sabato pomeriggio, il giorno da tutti preferito per lo struscio e lo shopping cittadino: sembrano passati 50 anni da allora, invece si tratta del nostro passato recente: in meno di 20 anni le nostre città e le nostre vite hanno subito trasformazioni radicali. La gente ha perso il gusto e la possibilità di uscire nelle strade, nelle piazze e all’ora del pranzo neppure si sente più il rumore delle madri di famiglia che apparecchiano la tavola. Questo è uno dei rumori che più mi mancano, che passavi sotto certe finestre e sentendo il brusio del notiziario alla radio o alla tivvù, mescolato al suono metallico delle posate e quello delicato della porcellana dei piatti , messi in tavola, mi ricordava il perché di quel leggero languorino di stomaco: eravamo finalmente giunti a fine  mattinata, all’ora di pranzo!
Ora, dalle nostre città, a parte il rumore del traffico, che a Venezia se c’è è costituito dai  motori dei natanti, non si sente più il brusio delle voci, ma sempre più un silenzio funereo, rotto talvolta da urli e schiamazzi: l’unico vociare che si sente , sono le mille voci di mille lingue straniere ed incomprensibili di questi sconosciuti che parlano sempre al telefonino con i loro connazionali: un giorno o l’altro devo chiedergli il nome del loro gestore telefonico, perché oltre i 120 minuti al mese io vado fuori piano tariffario!
Ci si chiede quale politica del lavoro sia attuabile, dopo aver delocalizzato all’estero la produzione industriale, aver assassinato il settore agrario con politiche europee e una borsa internazionale sciagurate, dopo l’ apertura di centri commerciali in zone poco abitate, giusto per cementificare e creare nuove cattedrali nel deserto, dal momento che anche la g.d.o. sta passando un periodo di criticità.
Potrebbe ancora non essere troppo tardi per riprenderci ciò che ci stanno portando via ogni giorno, cioè la nostra vita e il nostro modo di vivere sociale, ma servirebbero prese di posizione radicali ed immediate, che si scontrano con  un atteggiamento di sconforto e rassegnazione sempre più diffuso. Dispiace, perché con tutti i problemi storici del nostro Paese, l’Italia era un Grande Paese, conosciuto ed amato in tutto il mondo.
Intanto, per iniziare, ci dovrebbe essere un blocco degli affitti agli esercizi commerciali, questo riporterebbe i negozi di quartiere nelle città, al momento infatti, l’affitto è il capitolo di spesa più gravoso; poi bisognerebbe riportare i residenti  nei centri storici: laddove fioriscono negozi per i residenti, là ritorna la vita di quartiere e l’aggregazione sociale, è un fatto…
Ma, se volessimo esaminare altre alternative valide al passo coi tempi? E-commerce che si appoggino ad un negozio – vetrina, un luogo fisico , di dimensioni ridotte rispetto a quelle necessarie per i negozi tradizionali? Il prossimo articolo sul commercio tratterà proprio queste tematiche: alla prossima!
ps: doverosa la segnalazione del blog di Nino Baldan, che arrivato alla nona puntata del suo viaggio tra le attività veneziane che chiudono, racconta con partecipazione e spunti autobiografici cosa hanno rappresentato per i veneziani molte delle attività ora chiuse: pezzi di storia cittadina che se ne vanno
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